Nel settembre 1937 papa Pio XI (1922-1939), con la bolla Pervetustum Cryptae Ferratae Coenobium, eresse l’abbazia di Santa Maria di Grottaferrata ad Archimandritato Esarchico, termine equivalente al latino Abbazia Territoriale. L’abbazia cattolica di rito greco-bizantino possiede, quindi, titolo episcopale nel territorio del monastero, con dipendenza diretta dalla Sede Apostolica.
Parlare di adeguamento liturgico in questo caso risulta quanto meno improprio, dal momento che la riforma liturgica del Vaticano II ha riguardato soltanto il rito latino. Bisogna però considerare che fra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso ha preso avvio anche qui un processo riformatore, secondo l’invito rivolto dal Decreto conciliare sulle Chiese orientali cattoliche alla conservazione della propria legittima disciplina liturgica, ritornando alle avite tradizioni qualora esse fossero, nel tempo, venute meno. La risposta dell’esarcato di Grottaferrata ai suggerimenti conciliari viene articolata a partire dal 1994 attraverso un vero piano di riforma, affidato a una commissione che nell’arco di una decina di anni ha cercato di recuperare la fedeltà alla tradizione liturgica. Si è trattato essenzialmente di abbandonare le contaminazioni storiche con i riti romano, italo- albanese o bizantino-ortodosso, col ritorno cosciente al rito bizantino italo-greco, nelle forme, per esempio, del Tipikón che ha regolato per quasi sei secoli la preghiera corale di Grottaferrata, o nella valorizzazione del ruolo liturgico e del messaggio spirituale delle icone.
Come già documentato, anche la disposizione della chiesa era stata fortemente alterata nel corso dei secoli. Ma sin dalla fine dell’Ottocento si assistette al recupero della tradizione liturgica orientale con l’approvazione, da parte di papa Leone XIII (1878-1903), della riforma promossa dal monaco (poi divenuto abate) Giuseppe Cozza Luzi (1875-1882) e dal cardinale Domenico Bartolini (12 aprile 1881), che comportò anche un recupero della disposizione spaziale bizantina. I lavori di ristrutturazione e adeguamento degli spazi celebrativi vennero affidati ad Andrea Busiri Vici e furono inaugurati il 26 settembre 1881 con la liturgia solenne celebrata per la festa di san Nilo. Le opere interessarono il bema, con l’adattamento a iconostasi – con al centro l’icona mariana – del dossale dell’altare barocco, il quale fu privato della mensa per consentire l’apertura delle “Porte Regali” da affiancare a quelle minori già esistenti.
Nascosto dall’iconostasi si trova il santuario, occupato dal grande altare quadrato, sormontato da un baldacchino, al culmine del quale è sospesa una colomba in argento (artoforio) che custodisce il pane consacrato per gli infermi. Ai lati dell’altare si trovano la prothesis e il diaconicon, due mense, poste all’interno di nicchie, riservate rispettivamente alla preparazione del pane eucaristico e agli arredi liturgici. Nell’abside, al centro del syntronon, è posta la cattedra alta, su cui siede l’esarca- archimandrita tra i presbiteri.
All’esterno dell’iconostasi, nel bema, posta in una nicchia sul lato destro, inserita nel coro ligneo e rialzata da due gradini, si trova la cattedra bassa, sempre riservata all’esarca. La proclamazione del Vangelo e le letture avvengono abitualmente da un leggio posto di fronte alla Porta Regale; solo nelle occasioni solenni si utilizza l’ambone, il vecchio pulpito secentesco collocato al centro dell’aula.
All’interno della chiesa sono presenti altre icone posizionate su piccoli mobili in legno; le immagini sono disposte nello spazio liturgico seguendo le regole bizantine e davanti a esse avviene l’inchino rituale (proskynesis).
Addossati alla controfacciata, nelle navate laterali, troviamo infine due confessionali lignei, i quali, non risultando propri dei riti italo-bizantini, sono raramente utilizzati.
L’artoforio
Il bacile lustrale, detto fonte battesimale
La cattedra alta
La cattedra bassa
Il ''diaconicon''
Il bacile per l'acqua lustrale un tempo nella cappella di San Nilo (da Gradara. Una badia orientale cit., p. 183)