Sulle orme del silenzio: il Vaso Sacro

La vita nell'Eremo ai tempi del Cardinale Passionei.

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Domenico Silvio Passionei nacque a Fossombrone nel Ducato di Urbino il 2 dicembre 1682 da nobile famiglia.

Trattando qui dell’Eremo Tuscolano dobbiamo limitarci ai suoi contatti con esso, e in una breve nota è impossibile tracciare del cardinale un sia pur minimo ritratto biografico. Dunque non possiamo che sorvolare sul suo cursus honorum, rapido e di incontestato merito, almeno intellettuale e diplomatico.

Dal 1731 fu cardinale col titolo di San Lorenzo in Lucina per volontà di papa Benedetto XIII.

Fu personaggio tipico del suo secolo — fastoso razionale e appassionato: intelligente, coltissimo, bibliofilo, erudito: intellettuale à la page, in contatto – nei due anni che trascorse a Parigi per volontà di papa Clemente XI (suo conterraneo e protettore fino al 1721) – con Voltaire e Montesquieu, e al tempo stesso con Mabillon, Montfaucon, e Mésenguy; fu fierissimo avversario dei Gesuiti e – di conseguenza – della causa di canonizzazione di Roberto Bellarmino, e grande simpatizzante del giansenismo.

Delle tante sue altre cariche ricordiamo solo che nel 1738 papa Benedetto XIV lo volle a capo della Biblioteca Vaticana.

I suoi rapporti con l’Eremo Tuscolano, quelli che a noi interessano, datano dal 1738, quando viene eletto protettore della Congregazione degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona “…e, affascinato dalla bellezza del luogo, decise di fermarsi per un certo periodo nell’Eremo Tuscolano con il consenso del Papa Benedetto XIV, per cui ebbe in uso per sé e i suoi famigliari alcune celle che fece ammodernare e sistemare secondo i suoi desideri.”

Poco tempo passò, e “…la parte dell’eremo da lui abitata era diventata una vera villa. La bellezza del luogo, delle costruzioni riordinate secondo il suo raffinato gusto, e la fama della sua erudizione spinsero ben presto un gran numero di personaggi a visitare l’eremo, ovvero a rendere omaggio al Cardinal Passionei.”

Il più assiduo era il grande pittore Pier Leone Ghezzi, celebre tra l’altro per le magnifiche stanze affrescate di Villa Falconieri a Frascati. Di lui si conservano numerose caricature dei monaci e degli inservienti dell’eremo, e addirittura un’auto-caricatura “Mentre si accinge a fiutare una presa di tabacco” (conservata nel Gabinetto Nazionale delle Stampe di Roma). Ma non finisce qui. L’Eremo Tuscolano ospitò per sua volontà l’uno dopo l’altro personaggi di rilievo internazionale, sia sul piano culturale che politico. Basti pensare che “Winckelmann, lesse Platone in una delle riunioni a Camaldoli mentre il cardinale (…) ascoltava con il libro delle Lettres provinciales di Pascal a portata di mano”. Altro ospite d’eccezione fu il 15 otttobre 1741 papa Benedetto XIV, come successivamente – e più volte – lo fu re Giacomo III d’Inghilterra, il 27 novembre 1744 accompagnato anche dal figlio: Enrico Benedetto Duca di York, vescovo di Frascati.

Gli eremiti rimasero forse più turbati che compiaciuti della visita di tanti illustri personaggi che – anche senza volerlo – turbavano l’ordinario cursus della vita quotidiana del convento. Basti pensare che dopo la dipartita del cardinale furono eliminate anche le lapidi che ricordavano le visite di questi illustri personaggi. Alcuni di essi “salivano all’Eremo Tuscolano non tanto per godere degli studi e della conversazione erudita del Cardinale, ma per il piacere della cucina e dei divertimenti e così si cominciò anche con il disturbare la tranquillità degli eremiti. Durante la notte si diffondevano canti, e le esecuzioni musicali rompevano spesso il silenzio. Anche alcune donne furono introdotte nella residenza del Cardinale, anche se con i dovuti permessi, e ciò irritò particolarmente i monaci Camaldolesi.”

Nel 1745 fu eletto priore dell’Eremo padre Emiliano da Fabriano, che diede un deciso giro di vite alla condotta del Cardinale. Vietò tra l’altro l’ingresso a una porta nella recinzione dell’eremo che permetteva un più libero accesso degli ospiti, si oppose ad un ampliamento del ‘romitorio’ del cardinale ricorrendo addirittura al papa Benedetto XIV con una lettera che non ebbe grandi effetti.

“Costretto dal nuovo pontefice Clemente XIII a firmare il Breve di condanna del catechismo di matrice giansenista di François-Philippe Mésenguy, il cardinale fu colpito da ‘fierissimo colpo di apoplessia’ e morì il 5 luglio 1761 nell’eremo di Frascati”.

Dopo la morte del cardinale tutto tornò alla normalità e al suo antico ritmo.

Il nipote Benedetto vendette tutti i suoi averi presenti nell’Eremo: antichità, statue, cimeli; la sua ricca “libraria” fu ceduta alla Biblioteca Angelica per ben 30.000 scudi.

Il “comportamento del Cardinal Passionei fu determinante, dopo la sua morte, per la distruzione delle costruzioni del romitorio che gli eremiti eseguirono per reazione e quasi con rabbia ma soprattutto per impedire che qualche altro personaggio potente potesse desiderare di trascorrere in quel luogo qualche periodo della sua vita e magari ripristinare le abitudini del defunto Cardinale.”

Nello stesso secolo, tutt’altro che monolitico nella Chiesa cattolica, fu uno scontro di ideologie, di diverse concezioni della vita e della fede, entrambe presenti e operanti: due concezioni, più che incompatibili, di ambienti diversi, e che provocarono contrasti insanabili. Insomma, il cardinale Domenico Passionei, personaggio romanzesco, degno della penna di un Dumas, si trovò a vivere in un luogo non adatto a lui e a morire in un eremo scelto quasi come luogo di principesca villeggiatura, di otia umanistici. L’uomo giusto in Curia, in politica e in biblioteca, grande diplomatico e erudito, ritrovatosi purtroppo in un luogo non adatto alla sua particolare spiritualità: unico suo vero torto fu forse il non averlo capito o accettato.